| Intervento ddl Atto Senato 1230 (salva banche) |
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Onorevoli colleghi, il disegno di legge in discussione predispone uno schema di intervento a sostegno degli istituti di credito in crisi. Al momento è solo un’ipotesi di intervento, un’arma carica che non ha ancora sparato alcun colpo. (E speriamo resti nel cassetto sottochiave). In ogni caso non possiamo escludere l’impiego di risorse pubbliche per sostenere le banche in difficoltà attraverso l’acquisto di azioni privilegiate o altre forme di intervento pubblico. L’ultima volta che un ministro ha ritenuto giusto lasciar fallire una banca è stato il 14 settembre 2008, quando Henry Paulson ha spiegato ai manager della Lehman Brothers che se la sarebbero dovuta cavare da soli. Ebbene, quei manager hanno dichiarato fallimento ed hanno trascinato con loro imprese e risparmiatori di tutto il mondo diffondendo il panico sui mercati. A causa di quel panico oggi migliaia di padri e madri hanno perso il lavoro e altri lo perderanno nei prossimi mesi. Sarebbe il momento di chiedere conto degli anni di rally in borsa, delle stock option e dei vari bonus milionari a favore di manager - oggi possiamo dirlo – incompetenti. Arroganti e incompetenti. Invece l’Italia e tutte le principali economie sviluppate hanno approvato norme d’emergenza per garantire la sopravvivenza di quelle stesse banche. È la cosa più ingiusta da fare e al tempo stesso l’unica possibile per evitare ulteriori danni. Gli economisti hanno un termine tecnico per descrivere questa situazione: “azzardo morale”. Non credo sarei in grado di spiegarlo alle madri e ai padri che hanno perso il lavoro in questi mesi. L’intervento che ci accingiamo a votare in quest’Aula non serve solo a salvare le banche ma anche ad evitare che le imprese – specialmente quelle di dimensioni ridotte – smettano di ricevere finanziamenti rimandando gli investimenti e licenziando personale. Per questo l’efficacia della norma dipenderà dai programmi di stabilizzazione e rafforzamento delle banche e dalle loro politiche di credito. Dipenderà da quanto contenuto in quei documenti se l’intervento che approviamo oggi sarà un favore alle banche che hanno causato la crisi o alle famiglie che questa crisi l’hanno subita. Mi auguro che vengano tenute sotto controllo la politica dei dividendi delle banche e la remunerazione dei manager. E visto che ci apprestiamo a destinare fondi pubblici a favore degli istituti di credito sarà necessario avere qualcosa in cambio nell’immediato a favore dei clienti, come politiche più amichevoli per i mutui o finanziamenti agevolati agli artigiani e alle piccole imprese. Possiamo anche chiedere un ulteriore sacrificio al contribuente, ma dobbiamo portare a casa qualche risultato: perché i nostri mutui costano lo 0,5% in più rispetto a quelli degli altri Paesi europei? Perché le principali banche del Paese stanziano un miliardo e mezzo di euro a favore di un singolo speculatore finanziario sull’orlo del fallimento e chiedono il rientro dai fidi a migliaia di piccoli imprenditori? Attenzione. Le banche italiane non sono il male. In questi anni hanno fatto importanti acquisizioni all’estero ed hanno sostenuto imprese come Alitalia o la Fiat che da sole sarebbero scomparse lasciando a casa centinaia di migliaia di lavoratori. Eppure oggi hanno fallito nella loro principale missione: la gestione del rischio. Non si sono dimostrate in grado di mettere il proprio patrimonio a riparo da avventurose speculazioni. Per questo serve una nuova stringente regolamentazione il più possibile uniforme in tutti i sistemi europei. E poi una riforma specifica per gli istituti di credito italiani che elimini quei conflitti di interesse che hanno generato i casi Parmalat e Cirio. Oggi c’è un tornado e dobbiamo sbarrare le finestre e rinforzare i tetti. Domani dovremo rifare da capo le fondamenta, riscrivere le regole del gioco. C’è la possibilità che lo Stato guadagni da un intervento nel capitale delle banche. Acquistare oggi che le quotazioni sono molto basse e rivendere a crisi finita quando i listini saranno tornati a livelli ragionevoli può essere addirittura un affare. In ogni caso non credo che il compito del Governo sia fare trading o speculare sui titoli. Mi accontenterei di non mettere in pericolo il bilancio. Proprio questo è il punto. Le garanzie offerte dal Tesoro hanno un senso solo se lo stesso Tesoro non ha difficoltà di finanziamento sul mercato. Non vi sono segnali in questa direzione. Ciò non toglie che un debito pubblico ben al di sopra del 100% del Pil non consente spese fuori controllo. Non possiamo stanziare altre decine di miliardi a pioggia (come sento chiedere a Sinistra) e non possiamo neanche permetterci uno sciopero generale. Non è nelle nostre possibilità. Non oggi. Non con questa crisi in corso. Per questo faccio un appello alle opposizioni ed alla Cgil: fermatevi! Lo sciopero è un diritto sacrosanto sancito dalla nostra Costituzione, ma per il bene dell’Italia, oggi, fermatevi! Non è il momento di dare segnali negativi ai mercati. Già dubitano della solidità delle nostre banche, non facciamoli dubitare della capacità dello Stato di tenere sotto controllo la spesa e il debito pubblico. |





